L’Italia in crisi non spende più, pesano prezzi e recessione

ROMA – Consumi e vendite ai minimi degli ultimi anni, Pil sottozero e inflazione in accelerazione. Le nuvole che annunciano l’autunno sono cariche anche di incertezza per le famiglie. In momenti di crisi come questo l’unica tattica possibile per aggirare la crescita dei prezzi e limitare l’erosione del reddito, è tirare la cinghia e rinviare a momenti migliori il futile. Gli ultimi segnali sono però preoccupanti: l’inflazione salta al 2,8% ad agosto, mentre le vendite al dettaglio (giugno 2003-giugno 2002) sono a più 0,2%, record negativo da due anni a questa parte, toccato solo in un’altra occasione nel settembre 2002. Un dato che, come avverte lo stesso Istat “incorpora la dinamica sia delle quantità sia dei prezzi”. Come dire che in realtà a quello striminzito +0,2% si arriva anche in virtù del guadagno dei negozi indotto dall’inflazione.

I timori degli italiani si esprimono poi nelle scelte fatte al momento di spendere: gli acquisti di prodotti alimentari sono cresciuti del 3,1% a scapito di quelli non alimentari, crollati dell’1,8%. È la conferma che le famiglie più esposte – quelle monoreddito o i pensionati – non riescono a tirare avanti come prima: fanno e rifanno i conti, mettono da parte gli acquisti di beni durevoli e semi durevoli, si stringono intorno alle spese impellenti, agli alimentari soprattutto. Meno scarpe e vestiti ( – 3,5% e – 2,1%) e, dicono i dati Istat, perfino meno giocattoli ai figli e sport per i più grandi (-2,2%). Figurarsi poi i gadget tecnologici, gli elettrodomestici del futuro, giù del 2,4% o le spese per profumi e cura personale (-1,8%). Le risorse vengono quindi dirottate sul mangiare ma, anche in questo caso, con un occhio di riguardo al portafogli: la spesa si fa sempre meno al negozio sotto casa e sempre più all’hard discount e al supermercato. Ecco spiegato quel +3,8% della grande distribuzione alimentare a fronte di un +0,5% messo a segno a fatica dalle piccole imprese del settore. Anche sul non alimentare la grande distribuzione resta padrona del mercato, con un +1,4% contro il meno 2,3% dei piccoli. In totale le imprese più grandi portano a casa un più 3,2%, le altre scendono dell’1,9%.

Il campanello d’allarme è suonato anche in casa Cisl, dove il leader Savino Pezzotta ha chiesto un intervento “molto deciso” del governo sul problema che oggi tocca più da vicino gli italiani: “I prezzi, non le pensioni”. Su crisi e futuro incerto dicono la loro anche i commercianti, considerati dall’introduzione dell’euro in poi i principali sospettati dei rincari: “Smaltito l’effetto Pasqua che aveva fatto pensare ad un exploit delle vendite – è l’analisi del Centro studi di Confcommercio – il fatturato del commercio al dettaglio misurato in termini reali, è tornato drammaticamente negativo in giugno, segnando un meno 1,8%. Una situazione da “allarme rosso” che deve essere fronteggiata con iniziative adeguate”.

Parole dure e preoccupazione tangibile anche da parte di chi i consumatori li rappresenta: “C’è una forbice sempre più larga che separa le tre Italie – dice Rosario Trefiletti della Federconsumatori – c’è un terzo del paese che con questa situazione economica continua ad arricchirsi e lo fa grazie ai rincari. Ce n’è un’altra ai limiti della povertà che invece non riesce più ad andare avanti. E c’è la terza Italia – aggiunge Trefiletti – cui lo stipendio non basta più. Se fino a ieri, parliamo del 2001, queste famiglie riuscivano a barcamenarsi e a raggiungere la fine del mese, oggi quello stesso stipendio in euro basta solo per tre settimane: la quarta si risparmia su tutto. Ecco perché sono crollati i consumi…”.

Le analisi sul futuro prossimo restano legate all’inflazione. “Dopo l’introduzione dell’euro e la guerra in Iraq possiamo dire di essere giunti al fondo della crisi – spiega Donato Berardi, analista di Ref Irs – anche se bisognerà seguire l’evoluzione del prezzo del petrolio e il cammino dell’inflazione. Se si allenteranno le tensioni sui prezzi, vendite e consumi potrebbero riprendersi entro il 2003, anche se con lenta progressione. Altrimenti – conclude Berardi – il rischio è il protrarsi del clima d’incertezza delle famiglie, che potrebbe proseguire fino ai primi mesi del 2004”.

L’Italia in crisi non spende più, pesano prezzi e recessioneultima modifica: 2003-08-31T15:43:34+00:00da giornale_web
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