Quel gene con una marcia in più: scoperto il segreto della velocità

SI SFRECCIA per un gene. E lo hanno beccato. Ce lo hanno tutti i campioni. Senza di quello si è condannati a fare le tartarughe. Ma per essere Superman ci vuole anche altro. Questo dicono i ricercatori australiani, questo sostengono anche i tecnici della velocità. Sono le fibre bianche a fare di noi uno sprinter, sono quelle rosse a tramutarci in maratoneta. La nostra storia è già scritta nei muscoli, ma per far impazzire il tempo ci vogliono anche testa e nervi, a parte il dna in cantina. Prendete i cento metri, i primi trenta si corrono in apnea, gli ultimi con il respiro, anzi con gli ansimi corti del cane. Con un passo si avanza di due e metri e mezzo, il cervello brucia. E’ la brevità dei tempi d’appoggio al suolo che fa guadagnare tempo.

Lo sprint l’hanno corso tutti: bianchi, neri, giganti, piccoli, razze diverse, anche Jim Thorpe che era un pellerossa. Ma ancora non si è mai visto un keniano che sui cento abbia fretta. Forse è solo un problema sociale. Come rispose il saltatore americano Ralph Boston a chi gli sussurrava che i neri non erano geneticamente portati per il nuoto: “Forse prima bisognerebbe lasciarli entrare in piscina”. Insomma, il gene ha bisogno di crescere, di svilupparsi, di nutrirsi. Da solo non può nulla. Si potrà costruire un pezzo di Uomo Bionico, ma il resto? Edy Ottoz, ex grande specialista degli ostacoli, è convinto che la genetica servirà soprattutto a riparare i guasti dell’allenamento: “A fare in modo che non partano troppi tendini d’Achille o magari a modificare le secrezioni ormonali. Il prossimo doping è genetico, ma per arrivare al prodotto di laboratorio è troppo presto”.

La storia dei recordmen è strana, picassiana, va a zig-zag. Prendete Carl Lewis, cigno nero, che volava con eleganza sui centro metri, sfilando il tempo ai cronometri. Ogni volte che gli chiedevano: come mai voi neri correte così veloci, sarà mica per una questione genetica? Lui, guardandovi dall’alto in basso, rispondeva: “Non lo so, non sono mai stato bianco”. Prendete Donovan Bailey, canadese di origine giamaicana, che nel ’96 ai Giochi di Atlanta si mangiò i cento metri con un fretta indiavolata, in 9”84. Era un ragazzo scheletrico, sempre svagato, che si divertiva soltanto con il basket. In allenamento stupiva tutti, in gara deludeva. Troppo impaziente e inconcludente. Passò all’atletica, dove veniva sempre messo fuori squadra, perché non si presentava agli allenamenti e faceva lo stupido con le ragazze. A 17 anni se ne andò di casa, perché “voleva dormire comodo”. Per campare si mise a consegnare fish and chips e a rivenderei gomme usate. D’estate passava ad altri lavori: consulente finanziario, assicuratore, all’export – import. A 22 anni si mise a guidare una Porsche bianca, ma andava sempre a correre alla York University, a Toronto. Dove tutti dicevano: è disordinato e inguardabile. Lui continuò ad andare anche sui campi di basket: soprattutto per scommettere su quanti canestri sarebbe riuscito a fare. A 25 anni chiese un parere sulla sua corsa, gli interessava sapere se aveva un futuro nello sprint. Il verdetto fu: sei troppo vecchio e non allenabile, non hai agilità e nemmeno tecnica. Venne anche escluso dalla staffetta. Lui la prese male, si scelse un allenatore e decise che non sarebbe mai sceso dalla sua Porsche. Voleva andare veloce e diventare ricco. Ci riuscì in una notte di luglio del ’96 ai Giochi di Atlanta e dopo, mentre tutti lo cercavano, lui andò a sbronzarsi in un bar e a fumare un sigaro con la moglie.

Certo che conta il Dna, ma conta anche come lo porti. Pietro Mennea che per diciassette anni è stato il dio dei duecento metri non aveva un fisico bestiale, ma i suoi muscoli erano pieni di fibre veloci. “Muscoli di seta”, ricorda il suo allenatore, il professor Vittori. “Con il vantaggio che pativa poco gli infortuni e che in allenamento era capace di accendersi a comando, di correre in tempi straordinariamente veloci. Un talento che con l’allenamento disciplinato avrebbe potuto fare di più è senza dubbio Berruti, capace a 21 anni di vincere un’Olimpiade e di realizzare due primati mondiali. Ma il fisico non è tutto: puoi anche avere un grande carrozzeria, ma senza batteria e senza buoni freni dove vai?”. Un giorno a Ucla in California Mennea si fece fotografare con due grandi atleti della velocità: Tommie Smith e Steve Williams. Lui, italiano di Barletta, stava in mezzo. Se guardate quella foto vi sembrerà di vedere un’H. Dove il piccolo Mennea è l’asta in mezzo.

Maurice Greene, l’uomo che con 9”79 ha rubato il tempo a Bailey, era un ragazzo di Kansas City, l’ultimo di quattro figli di un guardia carceraria. Un giorno prese il camioncino e chiese al padre se poteva accompagnarlo a Los Angeles in California da un allenatore famoso che si chiamava John Smith. Quando Smith lo vide, così piccoletto, gli disse: fammi vedere come corri. Finita la prova, la risposta fu: “Non ho molto tempo da perdere con te, ma puoi stare qui, guardare, provare”. Greene non aveva un soldo, fece il garzone in una rosticceria di polli e quello che aiuta a mettere benzina nelle stazioni di servizio. Però al campo c’era sempre. Anche se stava sempre da una parte. Rifaceva quello che vedeva fare agli altri, ai campioni. Ma il suo fisico non reggeva. E finiva sempre nello stesso modo: lui a vomitare fuori la vita, gli altri sotto la doccia. Per nove mesi, senza riuscire a migliorare di un centesimo. Senza parlare degli esercizi in palestra, delle tonnellate di pesi da sollevare. Ma Greene nel giugno del ’99 si ficcò sotto i piedi il mondo. E sul muro della sua stanza da letto, nel sobborgo di Grenada Hills, a nord di Los Angeles, appiccicò un foglio che ha molto a che fare con la genetica. “Ogni mattina in Africa c’è una gazzella che si sveglia e sa che dovrà correre più veloce del leone, altrimenti sarà uccisa. Ogni mattina in Africa c’è un leone che si sveglia e sa che dovrà correre più in fretta della gazzella più decrepita, altrimenti morirà di fame. Non è importante che tu sia gazzella o leone, l’importante è che appena il sole si sveglia tu inizi a correre”.

Quel gene con una marcia in più: scoperto il segreto della velocitàultima modifica: 2003-08-31T15:57:22+00:00da giornale_web
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