“Delitto Biagi, prove generali per uccidere il professore

BOLOGNA – Undici, dodici persone, lo spezzone romano e anche quello fiorentino. Il modulo è sempre lo stesso. Per capire qual era l’organigramma del delitto Biagi si deve guardare la rapina di via Torcicoda a Firenze, nel febbraio scorso: quattro brigatisti nell’ufficio postale; in zona altri tre o quattro, con funzione di staffetta, per dare l’allarme se qualcosa andava storto.

Altri due a pochi metri dal teatro della rapina, pronti anche a sparare per “coprire” i compagni che stavano materialmente portando via i soldi. Quella formazione non è un’ipotesi. Si ricava dai file del palmare di Nadia Lioce, la prima arrestata per il delitto del professore bolognese. Ecco, dice il pm Paolo Giovagnoli, “a Bologna non potevano essere di meno”. Se è così i conti ancora non tornano, cinque o sei brigatisti mancano all’appello. Ma la pista è quella buona.

C’è fiducia tra gli inquirenti che molto altro possa venir fuori. E che nelle prossime ore alcuni dei terroristi arrestati tra giovedì 23 e mercoledì 29 possano incastrarsi nella casella giusta dello scenario del delitto. Ecco come. Si parte da cinque nomi. I primi scoperti: Nadia Lioce e Mario Galesi, gli irriducibili, presi insieme a marzo sul regionale Roma – Firenze dove lui rimane ucciso nella sparatoria che segnò la morte dell’agente Polfer Emanuele Petri. Poi ci sono Cinzia Banelli, la compagna So, e Roberto Morandi, sigla di organizzazione M, e Simone Bonaccini, Rs, tutti irregolari, ovvero con un lavoro, una famiglia, una vita alla luce del sole. Scrive Giovagnoli nel provvedimento di fermo: “Le indagini della Digos fanno ritenere che Banelli abbia partecipato il 19 marzo 2002 alla esecuzione dell’omicidio del professor Biagi”. “Un’azione” preparata per mesi, nei minimi dettagli, fino addirittura a inscenare una prova generale, una settimana prima del delitto, martedì 12 marzo, giorno in cui tutto il gruppo è a Bologna.

Aggiunge il pm: “Il 12 marzo, un martedì come il giorno dell’omicidio, Banelli, con Morandi e Boccaccini e ad altri allo stato non identificati, si sono recati a Bologna per pedinare il professor Biagi ed effettuare una sorta di prova generale dell’omicidio”. Una simulazione fatta tra la stazione e via Valdonica negli orari dell’agguato.

Ma è proprio di lì, da quella giornata, che per i brigatisti comincia la serie degli incastri negativi. Piccoli indizi, piccole tracce lasciate sul campo. Alle 22,17 Morandi e Boccaccini vengono fermati dai carabinieri a Sambuca pistoiese poco fuori Porretta, su una Panda verde intestata alla moglie di Boccaccini. Vengono da Bologna. Tutto regolare, documenti a posto. Boccaccini ha un precedente per droga dei primi anni ’80. Roba vecchia. Il dato finisce nel cervellone elettronico. Piccoli indizi, piccole tracce… Che però fanno venir fuori altro. I due sono amici da un pezzo, erano in auto insieme a Firenze anche nel ’98. Boccaccini poi era noto alla polizia fin dal ’90, frequentava il “Centro popolare autogestito Fi-Sud”.

Nel ’92 durante le indagini sulla “Cellula per la costituzione del Pcc” era in contatto con elementi dell’estrema sinistra torinese. Fino al ’93 quando fu identificato mentre si allontanava con Fabio Matteini, Ncc, dal “Centro popolare autogestito Fi-Sud”. Il curriculum arriva al ’95: intercettazioni telefoniche e perquisizione domiciliare per le indagini seguite all’arresto di Matteini e Luigi Fuccini dei Nuclei comunisti combattenti. Nel provvedimento del pm si ricorda che le assenze di lavoro di Boccaccini “risultano pienamente compatibili con la partecipazione alle operazioni di prova ed esecuzione della rapina consumata a Firenze sempre dalle Br in data 6 febbraio 2003”.

Come quelle di Banelli. Il 12 marzo, il giorno della prova generale, anche la donna che lavora come tecnica radiologa all’ospedale di Pisa secondo il pm viaggia verso Bologna. Chiude il cellulare fin dall’11. Lo terrà spento per 48 ore. Senza rinunciare però a parlare col marito. E per farlo commette il suo primo errore. Con una Stp, tessera telefonica prepagata, lo chiama da una cabina della stazione di Pistoia. Sono le 14,08. Alle 22,52 di nuovo la prepagata, Banelli chiama ancora il marito, da una cabina della stazione di Firenze. I due dati, apparentemente neutri restano scritti da qualche parte in un tabulato, a futura memoria. Solo una settimana dopo acquistano tutto il loro peso. Perché il 19, la compagna So ripete esattamente il copione. Con un imprevisto in più. Il professor Biagi arriva in ritardo da Modena. Quel giorno lei lavora, ma lascia l’ospedale Santa Chiara in anticipo. A timbrare il cartellino ci pensa una collega.

Alle 14,11 è già a Pistoia, telefona al marito. C’è arrivata con l’auto della madre. Una multa alle 14,45 per sosta vietata dice che è in stazione. Da quel momento silenzio, fino alle 22,15, quando la rileva la cella di Porretta. Sollecitata da una telefonata che Banelli riceve da un tassista di Pistoia. Ha il suo numero perché Banelli lo ha chiamato dalla cabina di Porretta. Deve tornare a casa, a Pisa, ma non ci sono più treni. Quello preso alle 21,05 a Bologna finisce nel comune termale. Non ci sono coincidenze. Il taxi la riporta a Pistoia. Ma il tassista prima di farsi una 34 chilometri in piena notte vuole la certezza che la cliente ci sia davvero. Quella serata poi se la ricorderà bene, anche a distanza di un anno. Così bene da riconoscere Banelli tra le foto di 40 donne. Non gli capita spesso di essere richiesto a quell’ora sull’Appennino. Se Biagi non fosse stato in ritardo Banelli avrebbe fatto in tempo a prendere un altro locale per Pistoia. Lei comunque chiede un rimborso di 50 euro più 25, con o senza taxi.

“Delitto Biagi, prove generali per uccidere il professoreultima modifica: 2003-10-31T14:03:04+00:00da giornale_web
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