Regnanti, borghesi, emarginati il ritratto come identità collettiva

ROMA – Il tema del ritratto è ormai un classico nella storia dell’arte, da sempre esplorato e che recentemente ha incontrato nuovi consensi. Meno frequentato invece è il ritratto di gruppo, laddove cioè l’identità del singolo si scioglie in un contesto fatto non di singole aggiunte, ma di autentica riscrittura dell’identità. Piuttosto attraente quindi appare la mostra che si apre oggi a Palazzo Venezia di Roma intitolata Persone: Ritratti di gruppo da Van Dyck a De Chirico (fino al 15 febbraio, a cura di Claudio Strinati e Omar Calabrese, catalogo Silvana Editoriale).

Sgombriamo subito il campo da equivoci: a differenza di quanto indurrebbe a credere il titolo, l’esposizione non segue un andamento storico, ma tematico. L’argomento del ritratto collettivo è messo in scena attraverso opere importanti e prestiti niente affatto facili provenienti dalla National Gallery di Londra, l’Hermitage di San Pietroburgo, il Rijksmuseum di Amsterdam (per citare alcuni musei prestatori) e declinato attraverso la funzionalità del ritratto: l’essere di volta in volta strumento di propaganda e di consenso, di affermazione di un ambiente preciso (culturale, familiare), di valori sociali già consolidati come quelli borghesi o di messa a fuoco di nuove realtà: i diversi, le marginalità.

Elemento unificante è che ciascuno di questi settori dà un prezioso contributo nella formazione dell’idea di identità collettiva. Storia dell’arte, quindi, e storia sociale vanno di pari passo. Ma l’elemento più interessante è che per definire l’identità plurale, l’accento viene posto sull’aspetto laico della vita, mettendo in secondo piano la dimensione religiosa che, specie nell’arte italiana, è stata per secoli il terreno di coltura del ritratto. Non a caso molte opere presenti provengono dal quel tempio della ritrattistica borghese che è il Rijksmuseum di Amsterdam dove, non solo vi è scarsa traccia di santi e di madonne dai volti estatici, ma dove l’immagine del gruppo, specie nella versione di borghesia cittadina e affluente, già nel Seicento è largamente consolidata.

Ecco quindi i mercanti di Ferdinand Bol, i medici di Adraen Backer, gli interni domestici di Jan Steen abitati da famiglie numerose e disordinate. Ma anche nelle persone, laddove la centralità di un singolo è comunque inserita in una foto di gruppo, il carattere laico prevale. Nelle stupende opere presenti di Antoon van Dick, di Lavinia Fontana, di Antonio Canova, pur rappresentando a volte gerarchie ecclesiastiche, non si respira un clima religioso. Emerge invece il valore sociale del gruppo, del quale tutti i componenti sono portatori.

Esemplare in questo senso è Il pranzo del vescovo di De Nittis: tema laico certamente, ma legato a una figura ecclesiastica. Bene, è difficile immaginare un pranzo più laico, più “normale” in un certo senso di questo, dove a stento si distingue la figura del prelato.

Dove si fonda il passaggio dalla dimensione religiosa a quella laica, dal ritratto singolo a quello di gruppo? Certamente in un cambiamento epocale che vede il trionfo della borghesia, ma anche nei movimenti anticattolici che hanno portato nuovi valori. La parola a Omar Calabrese, uno dei curatori della mostra: “Il ritratto di gruppo è la riprova materiale del principio calvinista che fa del successo pubblico la dimostrazione del possesso della grazia divina”.

Dal rapporto del singolo con Dio, quindi, si passa al rapporto con il gruppo. E’ questo ad essere il garante del soggetto. E’ qui che l’individuo ritrova la sua dimensione naturale. Anche quando, come accade in molte opere presenti, la sua identità quasi scompare in una grande, maestosa composizione scenica, nelle grandi regie di Giandomenico Tiepolo o in quelle di Sebastiano Ricci.

Regnanti, borghesi, emarginati il ritratto come identità collettivaultima modifica: 2003-10-31T14:00:11+00:00da giornale_web
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento