Il Cavaliere al bivio: successione o rinascita

GLI AUTOCONVOCATI successori di Silvio Berlusconi si sono tutti preparati per bene: Pier Ferdinando Casini occupando il centro grazie alla fisionomia istituzionale e alla continuità democristiana; Gianfranco Fini spostando An nell’area moderata, dopo aver liquidato con due frasi l’eredità fascista. Se succede il fattaccio loro sono pronti.

Una sconfitta seria di Forza Italia alle elezioni europee, per esempio, che mettesse allo scoperto l’allontanamento degli elettori dal cerchio stregato delle promesse forziste. Oppure un accumulo di tensioni e conflitti dentro la Casa delle libertà: verifica, rimpasto, fase due, tutte le parole che si mettono in gioco allorché il fallimento di un governo è acclarato, e torna il tempo della propaganda.

Scenari che sfumano nel fantapolitico. Si sa benissimo che, se cade Berlusconi, crolla anche il centrodestra. Quindi i soci del Cavaliere accarezzano in realtà il cupio dissolvi. E’ certo che la sparizione, o il ritiro, di Berlusconi dalla scena politica costituirebbe l’innesco di uno straordinario periodo di politica politicante, peggio che nella vecchia Repubblica dei partiti. Ma al termine della partita a scacchi del dopo-Berlusconi che cosa resterebbe? Forse solo la scena mediocre di una politica sconvolta: addio al bipolarismo, ricerca affannosa di una soluzione neoconsociativa, con pezzi del centrodestra e frammenti dell’Ulivo tesi alla ricostituzione di un monopolio politico, un “polo unico” per governare l’Italia dal centro, con tanti saluti all’alternanza, ossia allo schema competitivo imposto dal sistema maggioritario.

A parole tutti i protagonisti della politica nazionale, a destra e a sinistra, da Marcello Pera a Massimo D’Alema, sono convinti sostenitori del formato bipolare. Ma è facile immaginare che cosa succederebbe nel caso di un improvviso ritiro del capo della Casa delle libertà dall’arena politica: tolto di mezzo il patron, tutti i vicari si sentirebbero abilitati a prenderne il posto, alzando il sipario su una vivacissima e sterile commedia politica all’italiana.

Ma è così realistico pensare alla fine politica di Berlusconi? Se si stila un bilancio dopo quasi tre anni di governo, i numeri inclinano al peggio. La creatività finanziaria si mostra sempre più come un espediente per convincere l’elettorato che “non abbiamo alzato le tasse”. Il miracolo economico italiano si è infranto sulla congiuntura internazionale, come era stato puntualmente predetto dai migliori economisti, e delle grandi idee annunciate rimangono i cascami, come la sciocchezza familista dei mille euro per il secondo figlio. La presenza europea di Berlusconi si riassume in una serie di “boutade”, oppure di cattive azioni, come lo sgretolamento del patto di stabilità perseguito e attuato dal ministro Tremonti. E il semestre di presidenza italiana si è chiuso fra le barzellette celebrando con risate a denti stretti il più colossale fallimento della storia recente dell’Unione.

In ogni caso, a Berlusconi non rimane altra carta se non reinventare se stesso. In fondo, il suo successo non dipendeva solo dalle promesse mirabolanti, ma anche dall’avere ricomposto un blocco sociale “anticomunista”, coagulato dall’avversione per tutto ciò che è pubblico, per la magistratura, i professionisti politici, il sindacato, la burocrazia. Alcune fasce di questo blocco stanno scontando amaramente il miracolo virtuale e l’impoverimento reale realizzato dal berlusconismo, e dunque è possibile che qualcosa di profondo stia grippando nella macchina del consenso del centrodestra.

Ma per accertarlo, questo grippaggio, non bastano le sensazioni, e neanche i sondaggi che danno il centrosinistra in testa. Occorre la prova elettorale, e su questo terreno si capisce che Berlusconi venderà cara la pelle. Si apre un ciclo elettorale lunghissimo, con le europee, le amministrative, le regionali e infine le politiche nel 2006. Il fondatore di Forza Italia ha tutte le risorse per drammatizzare, per radicalizzare il conflitto, per riaprire la stagione degli annunci, per attribuire all’opposizione la responsabilità del suo fallimento. Se c’è una sola possibilità di reinventare se stesso, Berlusconi si reinventerà. E oggi come oggi la riuscita della sua reinvenzione dipende soltanto dalla disponibilità degli italiani a credergli.

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Il Cavaliere al bivio: successione o rinascitaultima modifica: 2003-12-31T10:46:10+00:00da giornale_web
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